Quella voglia di scrivere poesie: Nicola Leto, poeta squillacese
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Quella voglia di scrivere poesie: Nicola Leto, poeta squillacese

nicola leto2SQUILLACE - Dai suoi scritti traspare un po’ di pessimismo, ma con una propensione alla rinascita, al cambiamento in positivo. Questo è Nicola Leto, ventisettenne squillacese, musicista, ma anche romanziere e poeta. La sua poliedricità è arte a 360 gradi. Ha al suo attivo una laurea in matematica, ma ama suonare e scrivere. Un impulso innato. «Ho avuto un’infanzia molto felice – ci racconta - come anche l’adolescenza. E ho sempre scritto, da quando avevo 19 anni, così per hobby: sono arrivato a scrivere tre romanzi, che ho sempre e solo tenuto per me; non mi interessava farmi conoscere, un po’ per paura di non piacere agli altri, un po’ perché c’è dell’interiore che non volevo far conoscere». Nicola, però, crescendo acquisisce maggiore sicurezza, mettendo una pietra sugli errori, sui dolori e sulle sbandate. «Ora – dice - non mi interessa se piaccio o meno: ho questa voglia di comunicare al mondo il mio punto di vista, come io lo percepisco». L’incontro con la poesia è avvenuto qualche anno fa, quando una ragazza, come lui stesso ci ha confessato, « mi ridusse il cuore a brandelli». Ha cominciato, quindi, a scrivere poesie. La sua prima lirica è “Congelato”, che, come dice lo stesso titolo, è rimasta sotto embargo per almeno tre anni. Un giorno partecipa ad un concorso di poesie. «Ormai molto più sicuro di me – afferma - mi dissi “Ma sì!” e mandai “Congelato”: immediatamente mi chiamarono dalla casa editrice (“Pagine”) che aveva lanciato il concorso, perché volevano altri miei lavori e da allora non smisi più di scrivere». Il matematico-musicista-scrittore Leto diventa anche poeta, con un pensiero basato «sull’inadeguatezza che ancora provo nella vita, il sentore di quel visibile velo che fa da barriera tra me e quello che definisco gli “esistenti”: loro sanno amare ed odiare. Anche io, ma io dall’amore e da ogni felicità sfuggo auto-sabotandomi e me ne pento ogni volta». «Inizialmente – prosegue il suo racconto - davo la colpa ai social network, che, a mio avviso, continuano a succhiare avidamente la linfa ed il genio degli uomini rendendoli stupidi, prevedibili e privi di fantasia». La poesia di Nicola Leto si basa su questo, su quel dilaniante senso di vuoto che gli percuote le membra, che riduce tutto ad un buio amaro: «sono sul punto forse di accettare anche questo lato di me e forse potrei entrare nella bolla della normalità, ma fino ad allora scrivo e grido sperando che qualcuno mi ascolti e comprenda». Noi l’abbiamo ascoltato. Ed anche compreso. Per questo intendiamo condividere con altri lettori le sue poesie. Di seguito proponiamo quelle a lui più care.

Carmela Commodaro

 

 

 

 

Carni

Inquietante frastuono dagli abissali inferni,
Sto stipato in ambienti oscuri per non sentire
L'etere dolce ch'è di un malanno solo mio.

Perché mi dilanio la pelle scoprendo carni
Che di venifico senso di vuoto pulsano,
Di un freddo tanto immanente da gelarti amore.

In questa pompa vermiglia non batte la luce
Ma solo le zanne di uno spirito che ammorba
Il calore lasciando eclissi di sentimento.

Vomito ogni archetipo di demone interiore
Inutilmente perché io vago placido
In quello scuro di rimorsi, catene amate.

Non so che spero di trovare nei frutti interni
Che non mi faccia infinitamente impallidire
Fino a guastare impunemente il volto di Dio,

Tu crepuscolo dello spirito che discarni
Il sorriso dalle emozioni che sprofondano
Nella quieta e dolce essenza di questo tumore

Proiettati e mostrami il cammino che conduce
Al dorato miele della solitudine orba
Agli esseri viventi ed al loro smarrimento

Affinché questa afflizione diventi inferiore
E possa finalmente svanire nell'acido
Del caos per cui tanto vi terrorizzate.

Insempra

Cos'è questo bitume in fondo al cuore?
Che nonostante tutto non svanisce,
cosa ti manca anima insaziabile?

No! Non siamo destinati alla gloria!
Senza densità questa mia tempra
è rispetto alla tua magnitudine.

Siamo particelle subatomiche
ancorate su di un sasso che affonda
nel profondo catrame universale,

oscilliamo come onde periodiche
con costante frequenza moribonda.
Vittime dell'infinitesimale.

Stretti da forze repulsive, boia
reciproci ci renderanno, insempra
dipolo d'immensa solitudine,

in fondo siamo del mero rumore,
consapevoli che tutto finisce
inghiottito! Buio indissolubile.

Congelato

Tra eclissi e tempi bui,
cerco te, oh stella polare,
vorrei essere in tua precessione.
Amare!
Non carpi mai tua definizione
nei vocabolari altrui.

Sospeso fra polveri e nebulose
il gelo sanguina la pelle
ma è il tormento minore.
Stelle!
Che non conosceste mai l’amore
Di che gioite luminose?

Decisa e continua decomposizione
del mio essere e dell’anima
è la lacrima a te pensante,
anonima!
Sarà una come altre, tante
la mia dannazione.

Ancorato nel buio ho quieto timore,
un’orbita sconosciuta
mi accoglie e ne divento satellite.
Acuta!
E senza alcun'ombra di limite
è la pena del sognatore.

Esser da te compianto non è dato,
Vago mi perdo e credo
che tornare sia impossibile,
Ti vedo!
Allargo il sorriso, incredibile!
Così rimarrà in eterno! Congelato.

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